Dopo anni di lotta, Google riesce a ottenere il dominio gmail.de

Google riesce a ottenere il dominio gmail.de

Ricorderete forse la storia di gmail.de: dopo anni di lotta che avevano visto anche l’Europa esprimersi contro l’assegnazione del dominio a Google e la conseguente rinuncia dell’azienda americana, anche in Germania il servizio di posta elettronica Gmail avrà finalmente quanto a lungo desiderato.

Per dovere di cronaca vi riportiamo dunque la decisione arrivata dal Deutsches Patent und Markenamt, ufficio brevetti tedesco, che ha ordinato il trasferimento di gmail.de dall’azienda G-mail GmbH di Berlino a Google: in precedenza, il dominio come ricorderete era di proprietà dell’imprenditore Daniel Giersch, che dichiarò di avere anche rifiutato nel 2006 un’offerta di 250.000$ da parte dell’azienda di Mountain View per la vendita del dominio.

Lo stesso Giersch ha cambiato attività, lasciando il dominio gmail.de inoperoso a favore di quabb.com dove ora opera la sua nuova attività col meno ambiguo nome Quabb.

FONTE: DownloadBlog

Rendere la propria mail sicura contro gli hacker

Jeff Atwood, prolifico e stimatissimo autore del blog Coding Horror, ha creato ieri un post sul metodo migliore per proteggere la propria casella email dagli hacker. A suo parere, infatti, non c’è nulla di meglio dell’autenticazione a due fattori basata sui telefoni cellulari che è offerta da Gmail.

Questo metodo di verifica dell’identità usa il nostro cellulare per accertare se siamo davvero noi. E’ una maniera estremamente sicura per proteggerci, dato che per accedere alla mail e prenderne il controllo servirà tanto la password quanto l’accesso fisico al nostro telefono.

Se vi chiedete come attivarla, scoprirete subito che non è particolarmente difficile: basta andare sul menu dell’utente che è presente nei servizi Google in alto a destra (dove c’è il vostro avatar, per intendersi), dal quale è possibile accedere alle impostazioni account. Da lì il primo menu è quello Security e l’autenticazione a due fattori (2-step verification in inglese) è la terza voce, come si vede nell’immagine in cima all’articolo. Gmail vi guiderà attraverso tutti i passi necessari per l’attivazione. Come avrete intuito dovrete anche digitare un codice inviato tramite SMS (o chiamata vocale se preferite).

D’ora in poi sarà necessario un PIN mandato da Google per l’accesso, anche se possiamo farci “ricordare” dal servizio per 30 giorni. Inserire 6 cifre ogni mese non è un grosso sacrificio se significa stare tranquilli.

Non bisogna neppure temere di perdere il cellulare, perchè si può aggiungere un telefono secondario di emergenza, oppure stampare dei codici di backup, che potranno essere usati una ed una sola volta per l’accesso. Atwood consiglia di metterli in un posto sicuro o ancora meglio tenerli sulla persona.

Ci sono app che usano la vostra mail, come ad esempio quelle del vostro smartphone, ed in quel caso sarà necessario generare una password secondaria per esse. Non parliamo della vostra password personale, sia ben chiaro, ma di un codice specifico che Google genera con un apposito menu e vi comunica. Tale codice è limitato e va assegnato direttamente ad una determinata app, e potete revocarlo in qualsiasi momento se avete dei sospetti.

Atwood consiglia con molta forza di attivare questa funzione di sicurezza, di farlo di corsa, ed offre anche una “storia dell’orrore” di un utente che ha perso la propria casella per mano di un hacker. Secondo il blogger, infatti, la maggior parte di noi usa la mail come chiave di volta della propria identità online. Anche se oggi non è più usata per comunicare come un tempo, quasi tutti i servizi a cui siamo registrati la sfruttano per stabilire chi siamo. Se perdiamo l’email, potremmo davvero perdere il controllo dei nostri dati finanziari o privati. Come dice Atwood:

“Ho convinto anche mia moglie [ad usare questo metodo]. Non è stato sempre piacevole, non vi mentirò. E’ scocciante, esattamente come sono scoccianti i caveau bancari e i lucchetti alle porte.”

L’autore cita l’esempio specifico di Gmail, al punto da sconsigliare l’uso di un servizio che non offre le stesse garanzie. Dal canto mio riconosco che esistono sono delle difficoltà oggettive, specie per chi deve gestire più account, più computer, più browser, smartphone, tablet… Anche se le password secondarie consentono un buon livello di personalizzazione.

Molti di noi usano già l’autenticazione a due fattori con la propria banca (quelle chiavette RSA che generano codici sono esattamente questo), perchè non applicare la stessa logica anche alle email? Al giorno d’oggi non ci stacchiamo più dal nostro telefonino, non mi sembra un sacrificio eccessivo.

FONTE: DownloadBlog

Facebook: cosa controllano i datori di lavoro prima di assumerti?

Secondo il sito CareerBuilder, che ha recentemente condotto un sondaggio, almeno il 37% dei datori di lavoro fa uno “screening” sui social media per scoprire di più sui propri candidati. Il sospetto lo avevamo un po’ tutti ed a quanto pare era perfettamente giustificato.

Si tratta di una ricerca informale, che coinvolge principalmente Facebook, poi LinkedIn e per finire Twitter. Le cinque cose più cercate sono: il candidato si presenta in modo professionale? (65%); si potrà integrare bene con la “cultura aziendale”? (51%); sono presenti più dati di quanti non ne abbia detti a riguardo delle sue qualifiche? (51%); il candidato è una persona equilibrata? (35%). La quinta è la più preoccupante, ma anche la meno frequente: solo il 12% ha ammesso di cercare direttamente delle “ragioni per non assumere il candidato”.

Inutile dire che bisogna fare molta attenzione a quello che si condivide su Facebook o su qualsiasi altro social media. E’ molto difficile fare buona impressione su Internet, a meno di non professionalizzare completamente la propria immagine mantenendo il più stretto riserbo sulle proprie attività private. Più o meno tutto quello che diciamo o facciamo può essere e sarà usato contro di noi, pertanto è necessario adoperarsi a gestire per bene le opzioni della privacy. Continua a leggere

Il manifesto dei cyberlocker contro la pirateria secondo Rapidshare

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E’ innegabile: questo non è un buon momento per i cyberlocker. La chiusura di Megauploadha dato un importante scossone al business dei file hosting, sempre più associato alla pirateria online e al centro di battaglie legali e vere e proprie crociate, non ultima quella dellaMPAA. Ora Rapidshare, uno degli ultimi ad avere preso provvedimenti contro la pirateria, ha deciso di farsi portavoce dei cyberlocker ed ha pubblicato un manifesto che presenta le regole che tutti i servizi di file hosting dovrebbero seguire per tutelare il materiale protetto da copyright.

Quattro pagine, consultabili a questo indirizzo, che riassumono il credo di Rapidshare e forniscono consigli base come rendere i file privati di default o evitare di dare ricompense agli utenti sulla base del loro volume di download senza prima fare controlli approfonditi sulla tipologia di file condivisi. O, ancora, si consiglia di richiedere agli utenti, in fase di registrazione, un indirizzo di posta elettronica valido che sarà poi fornito ai detentori di copyright nel caso di una disputa legale.

Il manifesto affronta anche la delicata questione della chiusura degli account sospetti. Ogni utente può essere considerato colpevole fino a prova contraria e per chiudere un account, sostiene Rapidshare, non devono essere necessarie delle prove: è sufficiente che venga segnalato da più di un detentore di copyright. Spetterà poi all’utente, in caso di errore, dimostrare la propria innocenza. Continua a leggere

Come cancellarsi da Internet

Su CNet è comparso un divertente articolo che dettaglia con precisione un piano per cancellare del tutto la propria presenza da Internet. Si tratta di buone idee, in teoria, ma purtroppo la loro applicazione è molto impegnativa e l’efficacia è completamente subordinata alla volontà di ferro di chi si impegna a portare a termine la procedura. Nonostante una risoluzione interiore di carattere eroico, poi, non è detto che il risultato finale sia davvero garantito.

Si tratta di un lavoro arduo, come fa notare l’autore Seth Rosenblatt, articolato in sei punti. Il punto uno la dice lunga ed è riassumibile con: “Preparati. Dovrai essere paziente ed educato”.

I cinque passi successivi sono: rintraccia i siti che rintracciano te; per proteggere la tua reputazione, la rimozione deve essere alla fonte; fai in modo che Google si sbrighi a cambiare i suoi risultati; dipingi uno strato positivo sui contenuti negativi. Continua a leggere

Facebook potrebbe essere chiamato a risarcire gli acquisti di minori

Facebook Credits

Facebook affronterà l’ennesimo processo, negli Stati Uniti: questa volta l’oggetto del contendere riguarda le transazioni effettuate da minori per l’acquisto di crediti sul social network. Glynnis Bohannon ha organizzato una class action, in California, per un risarcimento di $5 milioni. Tanto avrebbe guadagnato Facebook da minori.

Nonostante i complessi termini d’utilizzo, la politica sull’acquisto di Facebook Credits è piuttosto blanda. Il social network si limita a prevedere che, qualora l’acquirente sia minorenne, un tutore controlli le transazioni effettuate. Tuttavia, non esistono degli strumenti di sicurezza volti ad assicurarsi che ciò avvenga davvero.

L’età minima per iscriversi a Facebook è di 13 anni e il 30% degli introiti derivanti dai crediti proviene da Zynga, la società di FarmVille, ecc. — il presupposto è che gli iscritti forniscano informazioni reali sulla propria identità. Come potrebbe, il social network, accertarsi che gli acquisti dei minorenni sono supervisionati? Continua a leggere

Pirateria: il fiasco della blacklist di Google secondo The Pirate Bay

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E’ passato ormai più di un anno da quando Google, nel tentativo di contrastare la pirateria online, decise di escludere termini come torrent, BitTorrent e uTorrent dai servizi Instant e Autocomplete. Un primo periodo di prova aveva confermato l’effettiva diminuzione delle ricerche di quei termini, tanto da spingere Google ad aggiornare la blacklist includendo thepiratebay, the pirate bay, isohunt, torrentreactor ed altri siti dedicati all’indicizzazione di file .torrent.

Ora Torrentfreak ha provato a fare un bilancio di questi mesi di “censura” ed ha sottolineato come il provvedimento adottato da Google sia servito a ben poco, almeno nel caso di The Pirate Bay, anche perchè tolte alcune parole chiave, Google ha iniziato a suggerirne altre rendendo del tutto inefficace il filtro: se è vero che dal novembre scorso le ricerche di “Pirate Bay” hanno subito un calo del 50%, è altrettanto vero che il loro posto è stato preso dathepiratebay.org e the pirate bay.

E ad oggi, se si inizia a scrivere “pir” in Google, il primo suggerimento di autocomplete èpiratebay.org. A confermare ulteriormente l’inefficacia del filtro ci ha pensato un portavoce del noto portale, secondo il quale l’afflusso di visitatori non è stato intaccato nemmeno un po’ dai provvedimenti di Google. Nonostante questo, Google ha intenzione di continuare ad espandere questo filtro in nome della lotta alla pirateria online.

FONTE: DownloadBlog

Hifito, visualizzare estensioni e file nascosti utilizzando apposite hotkey

Per identificare rapidamente tutti i differenti formati di file i sistemi operativi di casa Redmond offrono la visualizzazione di icone di vario genere il che, ad esempio, sta a significare che un’immagine salvata in formato JPG avrà un’icona identificativa differente da quella di un video salvato in formato AVI.

Purtroppo, però, non sempre risultano disponibili icone differenti per ciascun tipo e formato di file (ad esempio non è possibile distinguere dalla sola icona un file in formato TXT da uno in formato RTF) per cui avere a propria disposizione uno strumento quale Hifito potrebbe risultare molto ma molto utile al fine di individuare rapidamente ciò di cui si ha effettivamente bisogno.

Hifito, infatti, è un software totalmente gratuito, di natura open source, utilizzabile senza alcun tipo di problema su tutti i sistemi operativi Windows (sia a 32-bit sia a 64-bit) e, per di più, portatile che permette di visualizzare rapidamente le estensioni di ciascun tipo di file presente sulla postazione multimediale in uso e dinasconderle altrettanto velocemente evitando dunque di dover eseguire la medesima operazione agendo dall’apposita sezione opzioni delle cartelle. Continua a leggere

Megaupload: la Corte stabilisce che i dati devono essere conservati

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C’era molta attesa circa la decisione del giudice Liam O’Grady, chiamato ad esprimersi sulla sorte dei dati che oltre 66 milioni di utenti hanno caricato su Megaupload e che sono stati bloccati dopo la chiusura del cyberlocker. Il responso è arrivato e può essere riassunto così: i file devono essere conservati, ma spetta alle parti coinvolte stabilire il come e il dove. Lui non se l’è sentita di decidere ed ha proposto due possibilità: le parti possono incontrarsi e decidere in totale autonomia o possono rivolgersi ad un giudice esperto nelle discussioni finalizzate al raggiungimento di accordi.

E’ interessante, al di là della decisione finale che fa comunque contenti i tanti utenti ancora in attesa di recuperare i file, scoprire cosa è emerso nel corso dell’udienza. I legali che rappresentavano il governo degli Stati Uniti hanno preannunciato la possibilità di intentare una causa civile contro la Carpathia Hosting Inc., la società proprietaria dei server che stanno ospitando i dati e che ha recentemente denunciato di aver accumulato un debito di oltre 500 mila dollari.

Il motivo? L’azienda, lavorando con Megaupload, ha ottenuto entrate pari a circa 35 milioni di dollari e non è escluso che abbia qualche responsabilità nella violazione del copyright contestata al cyberlocker. Il Governo ha anche fatto sapere di non avere nessuna intenzione di correre in aiuto della Carpathia: perché dovrebbero essere le tasse pagate dei cittadini a saldare quel debito? Allo stesso tempo, però, si è opposto alla proposta di acquisto avanzata da Megaupload, sostenendo che l’azienda l’avrebbe fatto nel tentativo di provare la sua innocenza. Continua a leggere

La RIAA predica bene e razzola male: “l’innovazione è l’unico modo per combattere la pirateria”

RIAA

Si potrebbe dire “finalmente una voce fuori dal coro” nell’ambito della lotta alla pirateria digitale. Peccato che quella voce sia della RIAA, l’associazione americana dell’industria discografica, che finora non ha fatto nulla per farsi benvolere dalla comunità digitale. Basti pensare alla chiusura, pretesa ed ottenuta nel giro di poco tempo, di LimeWire, il client P2P messo a tacere dopo dieci anni di attività. O, per restare in tempi più recenti, il pubblico attacco a The Pirate Bay, definito “il peggio del peggio“.

Ora dalla RIAA arriva la dichiarazione che non ti aspetti: “l’unica strategia efficace contro la pirateria rimane l’innovazione, la sperimentazione e la collaborazione con i nostri partner tecnologici per poter offrire ai fan un assortimento di esperienze musicali legali“. Parole al vento? Probabilmente sì, soprattuto in vista dell’entrata in vigore negli Stati Uniti, dal prossimo luglio, del Copyright Alerts, frutto di un accordo di cui la RIAA è una delle parti.

Poi basta fare un giro sul sito ufficiale dell’associazione per fugare ogni dubbio: il 12 aprile sono stati pubblicati due studi che proverebbero l’efficacia dei metodi di repressione finora adottati. Uno, ne parlavamo giorni fa, si basa sul rapporto diffuso dai francesi circa l’efficacia – non sulle vendite, però – dell’Hadopi, la legge per il controllo della pirateria. Continua a leggere